Gerontocrazia. Il Paese che non cede il passo

C'è un sedimento antico in questo Paese, che si deposita sul fondo con la pazienza silenziosa delle acque ferme: il vizio di invecchiare senza accorgersene. O meglio, di accorgersene benissimo — nello specchio, nelle ossa, nel fiatone dopo due rampe di scale — e fare tuttavia finta di nulla quando si tratta di cedere il passo. 

 L'Italia è una gerontocrazia. Non nel senso nobile del termine, che evocherebbe la saggezza dei vecchi al servizio dei giovani. No. È una gerontocrazia nel senso più gretto e municipale: quella del vecchio che occupa la poltrona, la cattedra, il consiglio di amministrazione, il seggio parlamentare, la presidenza dell'ordine professionale — e vi si aggrappa con le unghie gialle e screpolate come un naufrago all'ultima tavola di legno. Non lo fa per passione. Spesso non lo fa nemmeno per avidità, nel senso alto del termine. Lo fa per abitudine, per paura del vuoto, per quella forma di taccagneria esistenziale che è propria di chi ha accumulato potere come altri accumulano francobolli: senza uno scopo preciso, ma con l'ossessione di non lasciarne andare neanche uno. 

Ho conosciuto nella mia vita molti di questi uomini. Li ho frequentati, stimati a volte, combattuti quasi sempre. Erano intelligenti, in molti casi. Ma l'intelligenza, invecchiando, aveva contratto in loro una strana malattia: si era trasformata in furbizia difensiva. Sapevano benissimo di essere superati, che il mondo aveva girato senza aspettarli, che le idee nuove venivano da altrove. Ma avevano imparato — e in questo erano maestri — l'arte di fingere di essere ancora necessari. Il meccanismo è elementare. Si circondano di giovani mediocri, perché quelli bravi li spaventano. Si appropriano delle idee altrui attribuendosele con la disinvoltura del collezionista che appende al muro un quadro rubato. Costruiscono reti di fedeltà fondate non sulla stima, ma sulla dipendenza economica. E quando qualcuno osa alzare la voce, tirano fuori l'arma finale: "L'esperienza, caro mio. L'esperienza." L'esperienza. Come se il mondo che essi hanno vissuto avesse ancora qualcosa da insegnare al mondo che i giovani si trovano a dover abitare. 

Ma qui — e lo dico senza indulgenza — bisogna fare i conti anche con l'altra metà della colpa. I giovani italiani sono, nella stragrande maggioranza, dei codardi educati. Educati nel senso deteriore del termine: addestrati alla deferenza, alla pazienza, all'arte di aspettare il proprio turno in una fila che non avanza mai. Sono stati cresciuti nell'equivoco che il rispetto per i vecchi significhi subordinazione permanente, e hanno finito per crederci. Li vedo, questi ragazzi di trent'anni — e dico trenta, non venti — che ancora si portano dietro il vocabolario della supplica. Chiedono permesso dove dovrebbero affermare. Aspettano il consenso dove dovrebbero imporre la propria presenza. Si accontentano di briciole e chiamano gratitudine quello che è, nella sostanza, rassegnazione. C'è in loro una indolenza morale che mi esaspera più della taccagneria dei vecchi, perché è più giovane e quindi meno giustificabile. Il vecchio che non molla almeno ha la sua parte di comprensibile viltà. Il giovane che non avanza non ha nemmeno quella scusa. Si lamentano — questo sì, lo fanno con grande applicazione — sui social, nei bar, nelle conversazioni tra pari. Si lamentano della precarietà, della mancanza di opportunità, dei vecchi che non mollano. Ma la lamentela senza azione è solo rumore. È il rantolo di chi si è già arreso senza aver combattuto. 

Veniamo dunque alle soluzioni, perché un articolo che si limita alla diagnosi è, in fondo, parte del problema. 

Prima soluzione: le regole. Ci vogliono limiti di età obbligatori e inderogabili per gli incarichi pubblici, accademici, istituzionali. Non è una violenza contro i vecchi — è igiene istituzionale. Il magistrato in pensione, il professore ordinario a settantadue anni, il presidente di ente pubblico che festeggia il terzo mandato: via. Non perché siano incapaci in assoluto, ma perché il sistema non può permettersi di aspettare che se ne vadano da soli. Non se ne vanno. Non l'hanno mai fatto. 

Seconda soluzione: la tassazione dei patrimoni dormienti. La ricchezza accumulata e non investita, che giace in titoli di stato e immobili sfitti mentre i giovani non trovano capitali per avviare imprese, deve costare. Una patrimoniale seria — non la pagliacciata demagogica che se ne fa periodicamente — applicata con rigore ai grandi patrimoni inattivi sarebbe al tempo stesso equa e produttiva. I soldi devono circolare. Bloccati nelle casseforti dei nonni non fanno crescere niente. 

Terza soluzione: la cultura dell'antagonismo sano. I giovani devono imparare — e qualcuno deve insegnarglielo, nelle scuole, nelle famiglie, nella pubblica conversazione — che contrastare un anziano potente non è una mancanza di rispetto. È un atto di civiltà verso se stessi e verso il Paese. Il rispetto si deve alla persona, non alla poltrona. E la poltrona, se occupata indebitamente, va contestata con ogni mezzo lecito: pubblicamente, rumorosamente, senza scuse. 

Quarta soluzione: smettere di chiamare "tutoraggio" quello che è cooptazione. Il vecchio che prende sotto la propria ala un giovane non lo fa per generosità. Lo fa per prolungare la propria influenza attraverso un erede controllato. I giovani che accettano questo patto faustino devono sapere che stanno firmando la propria dipendenza, non la propria carriera. La vera carriera si fa rompendo i ponti, non custodendoli per conto d'altri. 

L'Italia è un Paese che ama i vecchi e tratta male i giovani, convinta che siano la stessa cosa. Non lo sono. Amare i vecchi significa onorarli nella sfera privata, ascoltarli quando hanno qualcosa da dire, assisterli quando ne hanno bisogno. Non significa lasciarli comandare in eterno solo perché nessuno ha il coraggio di dir loro: "basta, adesso tocca ad altri".

 Tocca ad altri. E quegli altri devono trovare la schiena dritta per dirlo ad alta voce.

© 2026 Alberto Pingitore. 
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