Il vizio degli italiani che non ammettiamo mai

C'è un vizio che gli italiani non ammetteranno mai di avere, e proprio per questo ce l'hanno in dosi massicce: l'invidia. Non quella nobile, che spinge a fare meglio del vicino. Quella bassa, viscerale, tutta mediterranea, che spinge invece a sperare che il vicino faccia peggio di te. L'italiano medio non vuole essere ricco. Vuole che gli altri siano poveri. Non vuole essere bravo. Vuole che gli altri sbaglino. Non aspira alla grandezza — troppa fatica — ma si consola con la mediocrità altrui. È una forma di competizione al contrario, una gara a chi affonda più in fretta, e in questa disciplina siamo campioni del mondo da secoli. 

Prendiamo l'avarizia. Non quella del vecchio che nasconde i soldi sotto il materasso — figura ormai romantica e quasi simpatica. Parlo dell'avarizia morale, quella che porta un imprenditore a non pagare le tasse convinto di essere l'unico furbo in un paese di furbi, quella che porta un funzionario pubblico a fare il meno possibile per lo stipendio massimo possibile, quella che porta un politico a considerare lo Stato non una casa comune da abitare e custodire, ma un appartamento altrui da saccheggiare prima che arrivino gli altri ladri. 

Questo paese ha avuto tutto: un clima che è una carezza, una terra che produce quasi da sola, un patrimonio artistico per cui il resto del mondo ci invidia — ecco, almeno in questo siamo invidiati a ragione. Eppure ci siamo ingegnati, con una costanza degna di miglior causa, a sprecare ogni occasione, a litigare su ogni progresso, a sabotare ogni slancio collettivo nel momento stesso in cui mostrava i primi segni di vita. Il male non è nella povertà delle risorse. È nella ricchezza dei difetti. L'italiano non perdona il successo del prossimo. Se il tuo vicino costruisce una casa più bella della tua, invece di costruirtene una altrettanto bella, aspetti che la sua crolli. Se un collega viene promosso, non cerchi di meritarti la promozione successiva: lo calunni finché non torna al tuo livello. Il livellamento verso il basso è la nostra vera ideologia nazionale, trasversale a destra e a sinistra, al Nord come al Sud, ai colti come agli ignoranti. 

Al contrario di noi, popoli che partivano dal nulla, costruivano qualcosa. Paesi distrutti dalla guerra si sono rialzati in vent'anni. Il segreto, ogni volta, era lo stesso: una quota minima di fiducia reciproca, il convincimento che il bene del vicino non fosse necessariamente un danno per sé. Gli italiani questa lezione non l'hanno mai imparata, o l'hanno dimenticata con una velocità sospetta. 

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una classe dirigente che non dirige, un'economia che arranca, una scuola che non forma, una giustizia che non giudica — o giudica troppo tardi, che è lo stesso. E quando chiedi agli italiani chi sia il responsabile, la risposta è sempre la medesima: gli altri. Il governo. I giornalisti. I magistrati. I banchieri. Gli stranieri. Chiunque, purché non sia mai lo specchio. 

 Non voglio fare il moralista — ruolo che ho sempre detestato e che lascio volentieri ai preti e ai comunisti. Ma c'è una verità che prima o poi bisogna avere il coraggio di dire ad alta voce: l'Italia non è vittima di complotti esterni né di sfortuna cosmica. È vittima di sé stessa. Della sua furbizia che diventa stupidità su scala nazionale. Del suo individualismo che scambia per libertà e che è invece soltanto solitudine organizzata. Un popolo che invidia invece di emulare, che accumula invece di costruire, che sospetta invece di collaborare, non è un popolo in difficoltà. È un popolo che ha scelto la propria difficoltà, e la difende strenuamente da chiunque voglia toglierglierla. L'avarizia e l'invidia non sono peccati capitali solo per la Chiesa. Sono peccati capitali per le nazioni. E le nazioni, al contrario delle anime, non hanno un aldilà in cui farsi perdonare. Pagano qui, in questa vita, con moneta sonante: con il declino, con l'emigrazione dei migliori, con la rassegnazione di tutti gli altri. L'Italia potrebbe essere un grande paese. Lo è stata. Potrebbe tornare a esserlo. 

Ma non prima di guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo.

© 2026 Alberto Pingitore. 
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