L'ateneo che ha smesso di guardare il mondo
C'è, in Italia, un mestiere che si eredita più che si conquista: quello del professore universitario. Non si vince per concorso, si attende per filiazione. Non lo si sceglie, lo si riceve. Lo si pratica come si presidia un canonicato medievale, con quella pacatezza ecclesiastica che attraversa intatta i secoli, le riforme, le indignazioni del momento.
Entrate in un dipartimento qualunque, in una qualsiasi delle nostre antiche università. Le aule sono quelle di sempre: cattedra alta, banchi a gradoni, microfono che gracchia. Sui muri, le foto in bianco e nero dei rettori del Novecento, severi sotto la barba bianca, vegliano sulla discendenza come santi laici. Il professore arriva, scarica due fotocopie sul tavolo — gli stessi appunti del 1992, fotocopia di fotocopia, con le formule sbiadite ai margini — e legge per due ore senza alzare lo sguardo, davanti a trecento ragazzi che hanno smesso di prendere appunti da un quarto d'ora. Poi se ne va. Tornerà la settimana prossima, alla stessa ora. È il rito. È la consuetudine.
L'università italiana è una delle più antiche del mondo. Bologna apre nel 1088, quando l'Inghilterra è ancora normanna e Parigi non ha facoltà. Da quella primazia abbiamo ricavato, nei nove secoli successivi, una vocazione difensiva. La nostra università si è chiusa, fortificata, inventariata. Ha smesso di insegnare al mondo per insegnare a se stessa. Oggi, nell'Academic Ranking of World Universities pubblicato dalla Shanghai Ranking Consultancy nell'agosto 2025, nessun ateneo italiano figura nella top 100; la sola Sapienza si colloca nella fascia 101-150, Milano e Padova nella 151-200, Bologna — la più antica del mondo — fra la duecentesima e la trecentesima posizione. Il dato non scalfisce nessuno. È noto da anni, ricordato nei convegni con la stessa risata di sufficienza che in altri Paesi sarebbe motivo di dimissioni.
C'è poi la questione dei soldi. L'OCSE, nell'edizione 2025 di Education at a Glance, calcola che l'Italia spenda circa novemila dollari l'anno per ogni studente terziario, contro una media dei Paesi membri di oltre quindicimila. La Norvegia, la Svizzera, il Lussemburgo ne spendono il triplo. Si potrebbe obiettare — e qualcuno obietta — che siamo poveri. È una mezza verità, comoda per spiegare la metà sbagliata. Perché il problema non è soltanto quanto si spende, ma come. Il Fondo di Finanziamento Ordinario, principale canale di sostegno agli atenei, distribuisce ancora oggi le risorse secondo una logica storica e premiale che premia l'inerzia più della qualità. La quota legata ai risultati della Valutazione della Qualità della Ricerca esiste, è vero, ma ha la stessa influenza che avrebbe la pioggia sulla siccità del Settantasei: qualcosa fa, ma non basta.
Si parla sempre, nei convegni e nei piani strategici, di internazionalizzazione, di meritocrazia, di valutazione. Parole-grimaldello che servono a tenere ferma la porta. L'Abilitazione Scientifica Nazionale, introdotta nel 2010 come argine alle baronie, è diventata in molti settori un ulteriore filtro burocratico, lento, contestato in tribunale a ogni tornata. I concorsi locali che ne seguono sono spesso quelli che ognuno conosce: il vincitore è già scritto, lo si deduce dal nome del relatore di tesi, dalla città, talvolta dal cognome. La distinzione, sancita dalla Riforma Gelmini, fra ricercatori a tempo determinato di tipo A e di tipo B — oggi rifusa dalla Legge 79 del 2022 nel ricercatore in tenure track — ha prodotto una generazione di trentenni e quarantenni costretti a vivere di assegni semestrali, di cofinanziamenti, di promesse rinnovate ogni autunno. Quando finalmente si stabilizzano, sono già vicini ai cinquant'anni. Negli atenei tedeschi sostenuti dalla Exzellenzstrategie, nei dipartimenti del Russell Group britannico, alla ETH di Zurigo o alla TU di Delft, a quell'età si è già ordinari da un decennio. Si chiama tenure track, ma per loro è la regola, non un esperimento.
E poi c'è il professore in carne ed ossa, che bisogna pure descrivere. Nasce ricercatore, diventa associato dopo dieci anni se è fortunato, ordinario verso i sessanta. Pubblica su riviste italiane, conosce due colleghi tedeschi che incontra ai convegni, ha smesso di scrivere in inglese verso il 2008 perché ha capito che il sistema lo premia comunque. Ai dottorandi insegna le citazioni più che il pensiero, le sigle dei progetti più che la ricerca. A novant'anni gli faranno una commemorazione in aula magna e un articolo sulla rivista del dipartimento, e nessuno dirà che ha pubblicato pochissimo, perché in Italia le commemorazioni sono come i necrologi: tutti meritano di essere ricordati bene. La sua cattedra, intanto, andrà a un suo allievo. È così. È sempre stato così.
Naturalmente non sono tutti così, e sarebbe ingeneroso fingerlo. C'è il professore che insegna davvero, che pubblica su Nature, che attrae studenti da Madrid e da Berlino, che ha vinto un grant dello European Research Council contro centocinquanta concorrenti. Lo riconosci perché ha l'occhio stanco di chi rema controcorrente, perché i suoi seminari sono pieni di stranieri, perché in laboratorio si lavora il sabato mattina — cose che in Italia sono ormai un segnale di estraneità all'ambiente. Ma è minoranza, e lo sa. La maggioranza ha capito che la regola del gioco è un'altra: non emergere troppo, non esporsi, non offendere il barone con cui si dovrà fare commissione. Pubblicare quanto basta, citarsi a vicenda, attendere il proprio turno. La carriera arriverà comunque, lenta, indicizzata, blindata.
Cosa servirebbe, dunque? Servirebbe, anzitutto, conservare ciò che merita di essere conservato. Il valore legale del titolo di studio, ad esempio, presidio di equità sancito dall'articolo 3 della Costituzione, che protegge l'accesso alle professioni regolamentate dai capricci del mercato accademico privato. Eliminarlo, come da anni qualcuno propone, significherebbe consegnare la formazione superiore alla logica del marchio, premiando la rendita di posizione di pochi atenei e abbandonando gli altri al ruolo di scuole-feudo. Servirebbe, però, fare il resto. Trasformare il tenure track — oggi previsto dalla legge ma svuotato nei fatti — in uno strumento reale ed effettivo: bandi internazionali aperti, commissioni con membri stranieri, valutazioni intermedie a finestra fissa, regola dell'up-or-out al termine del percorso. Spostare il baricentro del finanziamento dalla quota storica del FFO ai fondi competitivi su progetto, sull'esempio di NSF e DFG, semplificando rendicontazioni che oggi costano quasi più dei finanziamenti stessi. Costruire politiche serie di reclutamento dei talenti, con pacchetti retributivi competitivi, sgravi fiscali pluriennali stabili — non revocati a posteriori, come è accaduto da ultimo — e supporto alla doppia carriera per chi viene da fuori. Rafforzare l'ANVUR, dotandola di un'indipendenza analoga a quella del Research Excellence Framework britannico, perché valuti la ricerca con frequenza maggiore e con effetti reali sull'allocazione delle risorse, e perché trasformi il sistema AVA da rituale di accreditamento a strumento sostanziale di qualità.
Sono cose note. Sono scritte, in forme variabili, in tutti i piani strategici dei ministri dell'università degli ultimi vent'anni. Eppure non si fanno, o si fanno a metà, o si fanno male. La diagnosi non manca; manca il coraggio di rompere il patto silenzioso che ha permesso a una classe accademica di autoriprodursi per generazioni scegliendo non i migliori, ma i più affini. E in un sistema che ha smesso di guardare il mondo, gli affini non saranno mai quelli che gli restituiranno la vista.