Il piccolo imprenditore e i suoi padroni

C'è un personaggio che gli italiani conoscono benissimo e che nessuno, in questo paese, si preoccupa mai di difendere. Si chiama piccolo imprenditore. Ha una fabbrichetta, o una bottega, o un cantiere. Lavora dodici ore al giorno. Rischia i suoi soldi, quelli di sua moglie, e spesso anche quelli di sua suocera. Dà lavoro a qualcuno. Paga le tasse — o almeno ci prova, che non è la stessa cosa ma è già molto. E alla fine, puntualmente, viene spolpato.

Il primo a spolparlo è la banca. Non la banca nella persona del direttore di filiale, che è quasi sempre un poveraccio anche lui, infilato dietro una scrivania di laminato plastico con ordini dall'alto e una poltrona che scricchiola. La banca nella persona dei suoi algoritmi, dei suoi comitati di credito, dei suoi uffici legali che non dormono mai. La banca che ti dà l'ombrello quando c'è il sole e te lo toglie appena arrivano le prime nuvole.

Il copione è vecchio quanto il mondo, ma in Italia ha raggiunto una perfezione quasi artistica. Ti aprono un fido. Ti invitano a usarlo. Ti sorridono, per un po'. Poi arriva la crisi — la crisi globale, la crisi di settore, la crisi che loro stessi hanno contribuito a produrre — e il fido si chiude. Non si riduce: si chiude. Con una lettera in carta intestata che cita clausole che nessuno ti aveva mai mostrato e termini che nemmeno un avvocato riesce a decifrare al primo colpo. Tu hai ancora gli ordini, hai ancora i dipendenti, hai ancora le scadenze. Ma non hai più i soldi per andare avanti. Sei finito.

Ed è qui che entra in scena il secondo attore della commedia: il magistrato. Ora, io so bene che parlare male della magistratura è, in questo paese, l'equivalente laico della bestemmia. Si rischia di passare per evasori fiscali, corruttori o, nella migliore delle ipotesi, berlusconiani. Eppure i fatti sono fatti, e i fatti dicono che quando un piccolo imprenditore finisce in tribunale contro una banca, le sue probabilità di vittoria sono all'incirca quelle di un passero contro un'aquila reale.

Non che i giudici siano corrotti, intendiamoci. Sarebbero quasi più rassicuranti se lo fossero: almeno si saprebbe il prezzo. Il problema è più sottile, e quindi più difficile da estirpare. È un problema di cultura, di formazione, di simpatie di classe. Il magistrato italiano, figlio quasi sempre della piccola borghesia colta, cresciuto nei libri e nelle correnti associative, è intimamente convinto che l'imprenditore abbia torto. Non per malevolenza: per pregiudizio. Il borghese con i soldi lo inquieta. Il grande potere finanziario, invece — quello no. Quello è astratto, è lontano, è quasi metafisico. Non ha una faccia su cui proiettare le proprie diffidenze.

E poi c'è il problema delle correnti. Magistratura Democratica, Unicost, Area, Magistratura Indipendente: organizzazioni che si somigliano tutte nel nome e si distinguono nei congressi, nelle nomine, nelle carriere. Chi frequenta certi ambienti sa che la corrente non è solo un club culturale: è una rete di protezione, un canale di promozione, un modo per non essere mai soli quando si sbaglia. E quando la rete è solida, si può sbagliare con serenità. Sbagliare, beninteso, sempre nella stessa direzione.

Ma c'è un terzo personaggio in questa storia, ed è il più ipocrita di tutti: lo Stato. Lo Stato che predica il mercato e pratica la clientela. Lo Stato che ha un milione e trecentomila dipendenti pubblici ai quali deve pagare lo stipendio ogni mese, e per farlo ha bisogno di soldi, e per avere i soldi ha bisogno delle banche, e quindi le banche non si toccano. Le banche sono il cuore pulsante della macchina tributaria: prestano allo Stato, acquistano i titoli del debito pubblico, reggono l'impalcatura. Colpirle davvero — riformare il credito, tutelare davvero il debitore in buona fede, introdurre una giustizia bancaria rapida e imparziale — vorrebbe dire mordere la mano che ti sfama.

E allora si lascia fare. Si lascia che i tassi anatocistici macellino i conti correnti. Si lascia che le fideiussioni omnibus trasformino l'imprenditore in ostaggio per l'eternità. Si lascia che i decreti ingiuntivi piovano come grandine in estate, mentre i giudizi di opposizione si trascinano per anni, e nel frattempo i beni sono già stati pignorati e la fabbrica è già chiusa e i dipendenti sono già a casa.

Il piccolo imprenditore, in questo schema, è l'anello più debole. Troppo grande per essere tutelato come il consumatore. Troppo piccolo per avere un ufficio legale, un ufficio lobbying, un parlamentare amico. Troppo orgoglioso, spesso, per ammettere di essere in difficoltà finché non è troppo tardi. E troppo italiano per credere davvero che le regole valgano anche per lui. Ha ragione di non crederlo. Le regole, in Italia, valgono per chi non ha i mezzi per cambiarle. E lui, i mezzi, non li ha più. Glieli ha presi la banca. Con la sentenza del giudice.

Eppure, detto tutto questo, mi rifiuto di credere che la magistratura italiana sia perduta. Me lo impedisce il ricordo — e non è nostalgia senile, è storia — di quello che certi giudici hanno fatto in questo paese quando il paese ne aveva bisogno. Li ricordo i magistrati che hanno istruito processi sapendo di mettere a rischio la propria vita. Li ricordo quelli che hanno resistito alle pressioni politiche, alle intimidazioni mafiose, all'isolamento professionale. Non erano eroi per caso: erano uomini che avevano scelto una professione come si sceglie una missione. Quella scelta aveva un nome: vocazione.

E la vocazione, a differenza della carriera, non si iscrive a una corrente. Non dipende dal congresso di Paestum né dall'appoggio del gruppo giusto nel CSM. Viene prima. Viene da quella sera in cui un ragazzo ha aperto un codice e ha capito — o creduto di capire — che la legge poteva essere uno strumento di giustizia reale, non solo formale. Che dietro ogni fascicolo c'era una persona. Che la bilancia in cima al palazzo di giustizia non era solo un ornamento architettonico.

Chiedo a quei magistrati — e so che esistono, perché li ho incontrati, perché ci sono — di ritrovare quella sera. Di ricordarsi perché hanno studiato diritto e non ragioneria. Di ricordarsi che il valore civile di una sentenza precede il suo valore giuridico: una sentenza tecnicamente ineccepibile che consegna un uomo onesto alla rovina finanziaria per il solo fatto che dall'altra parte c'è un istituto di credito con quaranta avvocati, non è giustizia. È procedura. La differenza tra le due cose non sta nei codici. Sta nella coscienza di chi li applica. Quella coscienza non si eredita con la toga e non si conquista con la nomina. Si sceglie ogni mattina, riaprendo il fascicolo, guardando il nome dell'uomo che ha osato chiedere che qualcuno lo ascoltasse.

Ricominciate da lì.

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