Giornalismo
Scrivo di Italia. Quella reale, scomoda, contraddittoria. Senza il linguaggio ovattato dei convegni né la semplificazione dei talk show. Con la stessa precisione che applico a una relazione di calcolo strutturale — perché anche un Paese, come un edificio, può cedere se nessuno ne verifica davvero lo stato.
Articoli
L'Italia non è in crisi. È in vendita.
Uno Stato catturato dalla finanza, una classe politica che non ha mai lavorato un giorno in vita propria, una magistratura autoreferenziale e un giornalismo televisivo che ha cambiato padrone. 2.800 miliardi di debito pubblico non sono un numero: sono la firma collettiva di decenni di codardia istituzionalizzata. E tre azioni concrete che puoi fare adesso, perché la rassegnazione non è saggezza — è complicità.
Il vizio degli italiani che non ammettiamo mai
L'italiano medio non vuole essere ricco. Vuole che gli altri siano poveri. Non aspira alla grandezza — troppa fatica — ma si consola con la mediocrità altrui. L'invidia bassa e viscerale, il livellamento verso il basso come ideologia nazionale trasversale. Un popolo che potrebbe essere grande, lo è stato, e potrebbe tornare a esserlo. Ma non prima di guardarsi allo specchio senza distogliere lo sguardo.
Gerontocrazia. Il Paese che non cede il passo
I vecchi che occupano poltrone con le unghie gialle e screpolate. I giovani di trent'anni che ancora si portano dietro il vocabolario della supplica. L'Italia è una gerontocrazia nel senso più gretto: non la saggezza al servizio dei giovani, ma il potere aggrappato a se stesso per abitudine e paura del vuoto. E quattro soluzioni concrete — perché un articolo che si ferma alla diagnosi è parte del problema.
Il piccolo imprenditore e i suoi padroni
C'è un personaggio che gli italiani conoscono benissimo e che nessuno, in questo paese, si preoccupa mai di difendere. Si chiama piccolo imprenditore. Lavora dodici ore al giorno, rischia tutto quello che ha, dà lavoro a qualcuno. E alla fine, puntualmente, viene spolpato — dalla banca che chiude il fido, dal giudice che firma il decreto ingiuntivo, dallo Stato che non può permettersi di toccare chi gli paga gli stipendi.
L'ingegnere non è un venditore
C'è una confusione che fa danni: quella tra competenza e persuasione. L'ingegnere non deve convincere — deve calcolare, verificare, firmare. Il mercato spinge verso un professionista che si vende, che cura il personal brand, che chiude il contratto. Ma un ingegnere che recita il venditore non è diventato più capace: ha solo smesso di chiedersi se quello che fa è giusto.
La casta che non si vede
Non quella dei politici con lo stipendio in busta paga, ma quella che decide davvero: i tecnici di Bruxelles, i consulenti di Goldman, i banchieri centrali che nessuno ha mai votato. Un'analisi su chi tiene davvero la penna quando si firmano i decreti che cambiano la vita degli italiani — e perché continuiamo a guardare il dito mentre la luna se ne va.
L'ateneo che ha smesso di guardare il mondo
Bologna apre nel 1088, quando l'Inghilterra è ancora normanna e Parigi non ha facoltà. Nel 2025, nessun ateneo italiano figura nella top 100 dell'Academic Ranking of World Universities — la sola Sapienza si ferma in fascia 101-150, Bologna sprofonda in 201-300. Spendiamo per ogni studente la metà della media OCSE, distribuiamo i fondi premiando l'inerzia, selezioniamo i professori non per merito ma per affinità. E cinque proposte concrete — tenure track, fondi competitivi, ANVUR rafforzata, reclutamento dei talenti, valore legale del titolo conservato — perché un sistema che ha smesso di guardare il mondo non si guarisce con la nostalgia.