L'Italia non è in crisi è in vendita
L'Italia non è in crisi. È in vendita. Diciamolo chiaramente, senza i giri di parole che vanno tanto di moda nei convegni e nelle commissioni parlamentari: L'Italia è uno Stato catturato.
Catturato dalla finanza, dai mercati, da chi emette rating e detta spread. E' sorvegliato — si fa per dire — da una classe politica e da una magistratura che hanno trasformato la propria inutilità in arte.
I politici di professione. Non hanno mai lavorato un giorno in vita loro. Sono entrati in un partito a vent'anni, hanno scalato correnti, stretto accordi, distribuito favori. Oggi siedono in Parlamento, percepiscono rimborsi, vitalizi e indennità, e ogni mattina si svegliano con un unico obiettivo: essere rieletti. Non l'interesse pubblico. Non il bene comune. La sopravvivenza personale. Ecco perché nessuno tocca il debito. Ecco perché nessuno riforma davvero la spesa pubblica. Ecco perché si va avanti a colpi di deficit, rinviando ogni scelta difficile alla prossima legislatura, al prossimo governo, alle prossime generazioni — che pagheranno il conto di questa codardia istituzionalizzata. 2.800 miliardi di debito pubblico. Non è un numero. È la firma collettiva di decenni di classe dirigente che ha preferito comprare consenso a credito piuttosto che governare.
La magistratura: il cane da guardia che dorme. Dovrebbe essere il presidio ultimo della legalità. Il contropotere che nessuno può comprare. Invece assiste — silenziosa, pigra, autoreferenziale — a un sistema in cui le istituzioni sono strutturalmente subordinate al potere finanziario privato. In cui lo Stato si indebita con le banche per pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici. In cui i grandi interessi economici plasmano le leggi prima ancora che vengano scritte. Dov'è la magistratura quando i conflitti d'interesse diventano architettura di sistema? Occupata. In carriera. In corrente. La stessa magistratura che si mobilita con solerzia su certi processi mediaticamente appetibili, e che mostra una curiosa sordità selettiva davanti alla cattura sistematica dello Stato da parte dei poteri finanziari.
Il giornalismo televisivo: il quarto potere che ha cambiato padrone. C'era un tempo in cui il giornalismo era il cane da guardia della democrazia. Oggi, almeno quello televisivo e politico, è diventato il portavoce elegante dei poteri che dovrebbe sorvegliare. Guardate chi possiede le reti. Guardate chi compra la pubblicità. Guardate chi finanzia i grandi gruppi editoriali. Poi guardate quali notizie non vanno mai in onda, quali scandali muoiono dopo 48 ore, quali domande non vengono mai fatte nei salotti del prime time. Non è un caso. È un sistema. Conduttori pluripremiati che intervistavano banchieri e ministri senza mai chiedere conto del debito, della disoccupazione giovanile, della fuga di cervelli. Opinionisti fissi nei talk show — sempre gli stessi, da vent'anni — che hanno trasformato la complessità in chiacchiera e il conflitto d'interesse in normalità accettata.
Nel frattempo, corruzione e criminalità organizzata continuano a infiltrare appalti, sanità, comuni e persino fondi europei — e il giornalismo televisivo mainstream guarda dall'altra parte, distratto da polemiche costruite a tavolino per tenere il pubblico lontano dalle domande vere.
Chi controlla il racconto, controlla il consenso. E il consenso, in Italia, è stato gestito con maestria da chi aveva tutto l'interesse a farlo.
Cosa puoi fare tu, adesso. Tre azioni concrete. La rassegnazione è la loro arma più potente. Toglietegliela.
1. Chiudi il rubinetto del consenso. Spegni quei telegiornali. Adesso. Non domani, non "ogni tanto". Ogni ora che passi davanti a una TV che ti racconta una realtà costruita a tavolino è un'ora regalata a chi ti vuole distratto e obbediente. Cerca giornalismo indipendente, finanziato dai lettori — non dagli inserzionisti che non vuole far arrabbiare. Il tuo tempo e la tua attenzione sono potere. Smettila di regalarli a chi ti usa.
2. Impara a colpirli dove fa male: il portafoglio. Studia dove vanno le tue tasse. Usa il diritto di accesso civico — il D. Lgs. 33/2013 ti dà il diritto legale di richiedere atti e documenti a qualsiasi pubblica amministrazione. Fallo sistematicamente. Coordina con associazioni e comitati locali. Ogni richiesta di trasparenza è una piccola granata nel sistema. Usala.
3. Smettila di delegare e scendi in campo. Il sistema sopravvive finché le persone per bene restano a casa a indignarsi sul divano. Studia chi ti chiede il voto — curriculum, storia, conflitti d'interesse. Se non trovi nessuno degno, candidati tu. Nel tuo Comune. Nel tuo quartiere. La democrazia non è uno spettacolo a cui assistere: è una responsabilità che o eserciti o perdi. E noi l'abbiamo già persa troppo a lungo.
Un Paese in cui i giovani scappano perché non c'è futuro. In cui la sanità pubblica implode mentre si trovano sempre i soldi per salvare le banche. In cui i cittadini pagano le tasse e ricevono in cambio burocrazia, inefficienza e la certezza che le regole valgono solo per chi non ha abbastanza potere per aggirarle. Questo non è capitalismo. Non è nemmeno democrazia. È una oligarchia con la bandiera tricolore.
La domanda è politica, è economica, ma prima di tutto è morale: Fino a quando un popolo adulto e storicamente fiero come quello italiano continuerà a tollerare di essere governato da pavidi in doppio petto che rispondono alle banche invece che ai cittadini? La rassegnazione non è saggezza. È complicità.