La casta che non si vede
Ci sono, in Italia, mestieri che si fanno e mestieri che si occupano. Il dirigente pubblico appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non lo si esercita, lo si presidia. Non lo si svolge, lo si amministra come un feudo ereditato da un lontano parente borbonico, con la stessa convinzione e la stessa noia.
Entrate in un ministero qualunque, a Roma, alle dieci del mattino. Il dirigente è arrivato da poco, il cappotto ancora sulla sedia, il caffè preso al bar di sotto dove il barista lo chiama dottore con quella sfumatura di ossequio che in questo paese si riserva ai notai e ai questurini. Sulla scrivania, tre pratiche. Una la firmerà oggi, una la rimanderà, una finirà per decantare come il vino delle cantine sociali, in attesa di tempi migliori che non arriveranno mai. È il metodo. È la liturgia.
Il dirigente pubblico italiano è un prodotto storico, come il panettone e il concordato. Nasce dallo Stato sabaudo, si perfeziona sotto il fascismo che gli dà la divisa e l'idea di appartenere a un corpo mistico, sopravvive alla Repubblica e ne diventa, anzi, il sistema nervoso. I governi passano, i ministri cambiano, le riforme si accumulano come foglie d'autunno: lui resta. Ha visto arrivare Craxi e andarsene, ha visto Mani Pulite e se n'è fatto una ragione, ha visto Monti, Renzi, Draghi passare come stagioni brevi. Ha imparato una cosa sola, ma l'ha imparata bene: che chi comanda davvero è chi firma, e chi firma è lui.
Si parla sempre, nei convegni, di meritocrazia, di valutazione, di performance. Parole inglesi per coprire un'abitudine italianissima: il dirigente non si valuta, si coopta. Il concorso, quando c'è, è un rito di passaggio, non un vaglio. E una volta dentro, la carriera segue geometrie che nessuna legge ha scritto ma tutti conoscono: l'appartenenza, la fedeltà al capo di gabinetto giusto, il matrimonio ben fatto, il paese d'origine. Le retribuzioni, nel frattempo, sono cresciute fino a sfiorare cifre che un ingegnere di trent'anni di cantieri si sogna, con la differenza che l'ingegnere risponde di ogni trave e il dirigente non risponde quasi mai di niente, perché la responsabilità, in questo paese, è come il gas: si diffonde, si disperde, non si concentra mai abbastanza da esplodere.
Bisognerebbe scriverlo, un giorno, un trattato sulla firma preventiva. Sul visto del ragioniere. Sul concerto con l'altro ministero. Sulla nota di chiarimento richiesta all'avvocatura. Tutti strumenti nati, in teoria, per garantire la legalità, e diventati invece il sistema circolatorio dell'inazione. Il dirigente non decide: trasmette. Non sceglie: istruisce. Non si espone: condivide. E quando la pratica torna indietro, dopo mesi, con le firme di quattro uffici e due gabinetti, il cittadino che aveva chiesto un'autorizzazione ha già rinunciato, venduto, emigrato, oppure è morto. Il fascicolo si archivia. Obiettivo raggiunto.
Eppure sarebbe ingiusto, e soprattutto stupido, dire che sono tutti così. C'è il dirigente che lavora, e lavora bene, e lo fa spesso contro il suo stesso ambiente, nonostante i colleghi, malgrado i superiori. Lo riconosci perché ha l'aria stanca di chi rema controcorrente e perché i suoi uffici funzionano, cosa che in Italia è quasi un segnale sovversivo. Ma è minoranza, e lo sa. La maggioranza ha capito che la regola del gioco è un'altra: non emergere, non sbagliare, non decidere. Sopravvivere fino alla pensione, che arriverà comunque, piena, indicizzata, blindata.
Il paese, intanto, aspetta. Aspetta le autorizzazioni sismiche, i pareri ambientali, i nulla osta paesaggistici, i decreti attuativi che dovevano uscire entro sessanta giorni e sono fermi da quattro anni. Aspetta e si abitua ad aspettare, che è la forma italiana della rassegnazione. Si dice che sia un problema di leggi, e in parte è vero. Si dice che sia un problema di risorse, e in parte è vero anche questo. Ma la verità più scomoda è che è un problema di uomini. Di una classe che si è autoriprodotta per decenni selezionando non i migliori, ma i più compatibili. E i più compatibili, in un sistema malato, non sono mai quelli che lo guariranno.